Maremma, maremma

Terra, terra

Silvia Duchi intervista Fernando Tizzi



«Il paesaggio maremmano è un’opera d’arte». Lo sostiene Fernando Tizzi, ecclettico pastore maremmano, epigono di una cultura contadina di cui vuole passare il testimone. Ecco la sua storia e il suo sapere. E i suoi aforismi

Chilometri e chilometri tra colline morbide e gialle. Querce e cerri solitari in mezzo a campi delimitati da siepi. Campi curati, perfetti. A ogni sguardo tutto è nuovo. Come in mezzo al mare, o in mezzo al deserto. Fa caldo ma l’aria è leggera. Difficile incontrare qualcuno. Guido lentamente, curva dopo curva, mentre il pensiero si purifica incantato da tanta bellezza. E silenzio. Proporzione. Geometria.  Armonia. È la sensazione che provo sempre in Maremma, la mente si rasserena. Il corpo si distende.

Eppure non è un paesaggio naturale quello maremmano. È plasmato dall’uomo che lo ha reso produttivo e fertile nell’arco di neanche un paio di secoli.  Ma qui, a differenza di tanti altrove, l’uomo sembra avere assecondato la natura anziché costringerla al suo volere. Questo mi passa per la mente mentre, da poco passato Ferragosto, mi godo questo viaggio nella Maremma dalla costa all’entroterra, prima a Manciano e poi un po’ più in giù. Devo incontrare Fernando Tizzi, pastore.

Per raggiungerlo seguo l’auto di Richard e Silvia per strade che non conosco. Un percorso che non finisce mai. Montemerano, Saturnia, le cascate, e poi provinciali sempre più strette e deserte, campi, silenzio, una strada bianca. E poi arriviamo. Riconosco quel risuonare delle voci in questo paesaggio infinito e caldo. È una delle cose che amo di più in Maremma. Come quando da bambina, a Scansano, immaginavo di guardare e ascoltare da lontano, magari dallo spazio, quell’isola di umanità, bimbi, musica, risate, che dalle Cascine risuonava nella notte infinita delle campagne intorno.

Fernando, 70 anni, dall’età di 12 anni vive in un podere tra i territori di Saturnia, Scansano e Roccalbegna. È un pastore, e attraverso le sue parole è come se prendesse voce la Maremma stessa con tutte quelle sensazioni inespresse percepite durante il viaggio per raggiungerlo. Occhi blu, folti capelli e barba bianchi. Non è un personaggio comune. «Mi è sempre piaciuto portare la barba, anche da giovane», mi dice. Un uomo che ha vissuto intensamente. E da sempre gli piace leggere, capire, fare collegamenti. «Da ragazzo consumavo tutte le candele per leggere di notte». E mi mostra i quaderni che scrive ancora regolarmente. Uno scrigno di memorie e saperi: quello a cui ha assistito, le trasformazioni del territorio. «Vedi, il paesaggio maremmano è un’opera d’arte. È creato dall’uomo che l’ha plasmato avendo rispetto per la terra. Uomo e natura hanno vissuto in una relazione di simbiosi. E la natura non la devi tradire perché si vendica sempre».

«È da sciagurati buttare i sassi nel fosso. Le pietre sono una ricchezza»

Il racconto Fernando parte da lontano. «Quando racconto io devo parti’ dalle radici». La terra insegna più di qualunque altra esperienza la legge di causa-effetto. È la lezione più importante di Fernando. Una legge spesso dimenticata. Il suo narrare comincia dai tempi del latifondo. Conosce profondamente gli eventi e i mutamenti storici che hanno portato alla trasformazione del territorio per mano dei braccianti e dei mezzadri. Senza addentraci nella storia, ci soffermiamo su quel “sapere” che Fernando oggi vede sfumare con grande pericolo per l’equilibrio rurale e sociale che definisce unico al mondo e che ha creato la Maremma tra ‘800 e ‘900. I suoi bisnonni, i nonni e poi i suoi genitori sono stati tra i protagonisti di quel mondo che ha conosciuto un continuo progresso fino agli anni ‘60. Il bisnonno paterno, Domenico, giunse dal Casentino in Maremma a metà dell’Ottocento per lavorare come bracciante. Il nonno, Ulisse, abitò prima alle Bagnore e poi a Saturnia. Grande lavoratore, “ripuliva” ettari di terra con l’aiuto dei suoi sette figli. «La Maremma sarebbe stata solo boschi e cespugli. E si tenga presente che c’era anche il pericolo della malaria, quindi si lavorava in condizioni rischiose».

Il disboscamento poteva avvenire in diversi modi. I proprietari assumevano braccianti a giornata oppure cedevano la terra gratuitamente anche per due o tre anni a persone che poi ne avrebbero goduto.  Una delle forme di godimento della terra disboscata era il “terratico”, ovvero una forma di affitto che corrispondeva alla quantità di seme impiegato. Ad esempio, per un quintale di seme si doveva dare al proprietario un quintale di grano. Il lavoratore però teneva per sé e la sua famiglia la quantità eccedente che poteva essere molto consistente. Un quintale di seme poteva infatti rendere anche 12, 18, in qualche caso persino 20 quintali e questo permetteva al lavoratore di creare la sua autonomia. Altre forme di coltivazione della terra erano la colonia e la mezzadria, in cui il contadino lavorava terra di proprietà altrui corrispondendo al proprietario metà del raccolto, e conduzione diretta sia da parte dei latifondisti sia da parte di piccoli proprietari del fondo.

Per arrivare alla Maremma che conosciamo oggi, occorre attendere fino ai primi anni ’50 con la Riforma Fondiaria dell’Ente Maremma che ha smembrato i latifondi assegnando i terreni (da un minimo di 8-10 ettari a un massimo di 30-40) corredati di un fabbricato rurale – il podere – e annessi agricoli riscattabili in trent’anni. Un evento straordinario che ha permesso a centinaia di famiglie di diventare autonomi lavoratori della terra.

Fernando usa spesso l’espressione “accarezzare la terra”. Il disboscamento, che potrebbe essere considerato un atto brutale, veniva effettuato con metodi che rispettavano il territorio e il suo equilibrio. Dopo avere tagliato le piante con l’accetta si ponevano ramaglie sopra i ceppi e gli si dava fuoco. Poi si coprivano e queste “buravano”, cioè ardevano senza fiamma consumando il legno, i cosiddetti “fornelli”. Le ceneri, ricche di azoto, venivano sparse con la pala per i campi, preziosa sostanza per le coltivazioni.

Ma ciò che era particolarmente importante è che «si sapeva quali piante lasciare e quali si potevano levare». Dove il terreno era pietroso si tendeva a lasciare le piante perché le radici lo tenessero. Oppure alcune piante venivano ritenute utili, come i peri selvatici: venivano innestati con peri domestici che davano frutti più in alto, così che gli animali non potessero raggiungerli e sciuparli. Lasciavano piante a foglia, come olmi e frassini, cui attingere per nutrire gli animali nei periodi più caldi; oppure sceglievano i cerri e le querce più belle che fornivano ghiande per il bestiame. Il legname veniva utilizzato per pali o altri utensili, per il fuoco e, le frasche più “fine” per il formaggio e il pane.

In questa economia rurale anche le pietre avevano un valore. Venivano messe da parte per costruire pozzi, capanni, muri. «È da sciagurati buttare le pietre nel fosso!», disse a Fernando ancora bambino il nonno materno Demetrio, anche lui pastore transumante, diventato poi colono e quindi proprietario della terra.

«Se uno corre ma non sa neppure da dove viene, dove va?»

Per Fernando il concetto di natura è complesso, totalizzante. Vero. Vive e sente l’equilibrio delicato di ogni elemento. E sente che oggi quell’equilibrio è venuto meno. Le cause sono tante. C’è stata, secondo Fernando, la mortificazione del lavoro agricolo iniziata una cinquantina di anni fa. I figli si sono allontanati “dall’affetto della terra” per seguire strade diverse, l’artigianato o gli studi, la città. Non si è posto abbastanza l’accento sull’aspetto del lavoro agricolo come servizio essenziale alla collettività.

Si è spinto invece su un concetto di produzione sempre più massiccia anche con l’introduzione delle macchine che hanno mirato a uno sfruttamento che alla fine si rivela infruttuoso. «La terra va più accarezzata che massacrata», e invece lavorandola sempre più in profondità si è «sotterrato il buono e portato in superficie quello che è immaturo».  E poi l’uso dei concimi chimici. Un tempo la terra si arricchiva dei residui lasciati dagli animali che lasciavano un humus ricco di elementi mentre il nutrire il terreno con sostanze sintetiche crea alla lunga un depauperamento che abbassa la qualità e la resa dei raccolti. «Se non si produce con dignità quello che si mangia, da tanto benessere rischiamo di ucciderci con le nostre stesse mani».

Per produrre agricoltura di qualità ci vuole poco, dice Fernando. Scegliere il seme adatto, il terreno adatto, sapere quando seminare con lavori meno profondi, e quindi un minor consumo di nafta. D’altra parte, sapendo che si ricava poco, l’economia è più legata a ciò che si spende che a quello che si guadagna. «E poi semi adatti a quella terra e al mercato, non al seme che si è costretti a comprare con l’illusione che invece di 40 ti renderà 60 quintali ma solo alla condizione che usi quella quantità di concime».

Avere in sé la cultura della terra è in definitiva comprendere che qualunque ricompensa ha un prezzo. Bisogna allora interrogarsi su quale sia quello più giusto pagare. Fernando lo spiega con un altro esempio: la strada tra Manciano e Montemerano. «È una strada bellissima, fatta assecondando le curve della collina. Per questo ha tante curve. E io me le godo tutte quelle curve, le voglio fare, non voglio andare dritto». La stessa cosa, lo sappiamo, riguarda tante strade nella provincia di Grosseto anche se la corsa ad andare dritti e veloci rischia di convertire molti al sacrificio di territorio e paesaggio.

«Se uno corre, ma non sa neppure da dove viene, dove va?», dice Fernando. «Prima dell’arrivo delle ruspe e degli escavatori non si era mai verificata una frana e neppure un’alluvione», dice ancora riferendosi ai lavori che sono recentemente stati attuati da alcune ditte specializzate per conto dei Consorzi di bonifica. Fernando è perplesso. «Gli escavatori radono al suolo tutto ciò che è utile». Un tempo ogni agricoltore si prendeva la responsabilità della pulizia dei fossi con le sterpaglie, i rovi e tutto il resto, che venivano usati come mangime o legno da ardere, tra l’altro nel rispetto degli animali selvatici. Anche questi rappresentavano una risorsa per i contadini ma c’è comunque da interrogarsi sulla bontà di questi interventi. Stesso discorso per gli alvei dei fiumi. Fernando si domanda se i fiumi non debbano essere «lasciati stare perché la natura ha fatto sviluppare gli alberi adatti. Se si levano si smuove la ghiaia». Fernando ha visto piene peggiori di quelle tra il 2012 e il 2014 e mai nessuna aveva procurato quei danni e quei morti.

«Il seme della ficaia spacca i muri, eppure è il più piccolo che ci sia»

Fernando è un uomo che sa da dove viene e sa dove va. Un altro tipo di cultura potrebbe facilmente cadere nella tentazione di relegarlo a qualche forma stereotipata del buon selvaggio. Tutta la Maremma è oggetto di questo pericolo. La globalizzazione, la comunicazione semplificata, commerciale, relegano i concetti di natura e ambiente a un altrove, a qualcosa di acquistabile, di lontano. In realtà la Maremma parla a ciò che è vero, autentico in ciascuno di noi, alla voglia di felicità e di bellezza. Ma solo chi è in grado di abbandonare i pregiudizi e gli stereotipi lo comprende.  Fernando parla un linguaggio vero, solo che non a tutti può piacere ciò che dice. Perché dice di fermarsi, di non correre, di riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte.

La Maremma non ha perso la sua identità anche se tanto è già stato sciupato e molti borghi sono stati soffocati da brutte e inadeguate costruzioni. D’altra parte il tempo scorre e i cambiamenti sono inevitabili. Fernando ne è consapevole ma pensa che ci si debba attivare, che sia un dovere confrontarsi per mantenere l’identità nel cambiamento. Il rischio è che sia proprio la voce più autentica della Maremma a non essere ascoltata. Non si chiede che le cose tornino come un tempo ma che almeno si trovi una strada affinché anche questo baluardo di equilibri possa sopravvivere all’omologazione, allo sfruttamento intensivo.

Poi c’è un altro problema. Il crollo del patrimonio zootecnico. In provincia di Grosseto l’allevamento delle pecore era arrivato a molte centinaia di migliaia di capi. Ora se ne contano circa 215mila. Fernando stesso ammette di avere dissuaso suo figlio Francesco dal proseguire nell’attività di pastorizia. Ha trovato lavoro nell’edilizia. Fernando non ha dubbi. Dopo il primo attacco di lupi, nel 1983, centinaia di famiglie hanno rinunciato a proseguire la loro attività. Un tempo le pecore vivevano nei campi e nella macchia. Oltre a produrre latte e carne, la loro funzione era importante per concimare i campi. «Sono manovali della natura: sono gli unici animali che vanno a dormire sul punto più alto del pascolo lasciando residui che il loro stesso movimento e la pioggia distribuiscono poi su per tutto il campo». Fernando ha ridotto di molto i suoi capi, che adesso stanno nel campo durante il giorno e nel ricovero durante la notte. Oltre che la perdita del fertilizzante naturale, in questo modo si rischia anche una eccessiva concentrazione di liquami dannosa sia per gli animali che per l’ambiente.

Ma cosa succederà quando Fernando e tutti i pastori maremmani come lui decideranno di mettersi a riposo? Cosa succederà della terra di Maremma senza questi custodi? Chi si occuperà di queste terre e tutelerà la bellezza di questo paesaggio? Saranno forse grandi aziende, magari multinazionali, a raccogliere il testimone di millenni di tradizione e saperi per installare allevamenti intensivi in capannoni protetti dai predatori? I cambiamenti sono lenti – chi vi assiste è spesso incredulo. Ma pezzo dopo pezzo la Maremma, così come la conosciamo oggi, rischia di scomparire.

Ha ragione Fernando. Bisogna prendere consapevolezza e informare, sul passato, il presente e il futuro. Convegni, incontri, associazioni che si mobilitano. Impariamo dalla natura a essere forti e determinati: «Il seme della ficaia spacca i muri eppure è il più piccolo che ci sia».

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