Di lagune, disastri ambientali e futuro

L’ecosistema non è acqua

Mauro Lenzi



Orbetello, Toscana, Italia, Pianeta Terra.

Nell’estate 2015 il riscaldamento climatico fa strage dei pesci della Laguna. Un disastro ambientale annunciato, ripercorso qui dal biologo che bonifica gli stagni costieri

Da tempo sentiamo ripetere la frase “l’ecosistema è in pericolo”. E puntuali intervengono catastrofi ambientali di maggiore o minore entità a ricordarlo, e a nutrire l’idea di ‘disastro’ nel nostro immaginario. Senz’altro i dati a conforto delle tesi catastrofiste non mancano, primo fra tutti il noto ‘riscaldamento climatico’. Una di queste catastrofi è stata quella che nel luglio 2015 ha colpito la laguna di Orbetello, uccidendo tonnellate di pesce per mancanza d’ossigeno. Quest’ anno le cose sono andate meglio, ma non si è smesso di discutere, in riva alla laguna fino ai vertici regionali, su quale sia il sistema migliore per bonificare l’area lagunare. Il saggio di cui presentiamo qui brani significativi in questo senso si intitola “L’ecosistema non è acqua” (Effequ edizioni), ed è stato scritto dal biologo Mauro Lenzi, proprio colui il quale ha ideato il metodo che attualmente viene applicato in laguna, cioè non più la dispendiosa ed evidentemente inefficace raccolta delle alghe e successivo stoccaggio, ma la sospensione dei sedimenti lagunari che i batteri attaccano mineralizzando le alghe stesse. (il volume porta in sé anche una preziosa graphic novel ideata e realizzata da Stefano Cardoselli)

Quando accadono eventi catastrofici come quello avvenuto a nel bacino di Levante della laguna di Orbetello, esiste sempre qualcuno che avrebbe saputo fare meglio, oltretutto senza essere bene informato dei fatti, che cavalca la tigre dei danneggiati e propone soluzioni, studi, monitoraggi e altro ancora. Una corretta interpretazione degli eventi avrebbe dovuto tener conto delle varie meccaniche occorse, e soprattutto del fatto che là dove si è lavorato con il metodo della risospensione dei sedimenti non è accaduto nulla. Una corretta domanda avrebbe potuto essere: “Perché non si è lavorato nello stesso modo anche a Levante?”. Premono alle porte i venditori di sé stessi e di altri prodotti e preme chi aveva sempre avversato, per le ragioni più varie, il metodo innovativo. Viene da chiedersi: perché tanta avversione per questo metodo? Probabilmente ha il ‘difetto’ di essere troppo economico, e per alcuni limita l’afflusso di soldi a Orbetello. È una mentalità dura a morire in questo paese, quella per cui bisogna mungere lo Stato. Per altri, ma forse talvolta sono gli stessi, il metodo, che di fatto si sostituisce alla raccolta delle alghe, blocca un possibile sviluppo industriale per Orbetello, in quanto le alghe dovrebbero essere impiegate in processi di trasformazione. Ora, in questo senso o c’è malafede o ignoranza, poiché, come già spiegato in precedenza, da queste alghe non si può ricavare nulla. Per ora, si possono solo smaltire.

Una delle domande che molti si sono posti dopo gli eventi dell’estate 2015 è stata: “Come evitare la compromissione delle aree di balneazione, in futuro?”. Sono state fornite risposte piene di fantasia. Per esempio, è stato proposto di convogliare le acque di pompaggio in uscita da Ansedonia (12mila litri al secondo), intubarle e spedirle al largo. Si può far tutto, ormai, al mondo. Come dicevo, la realtà spesso supera la fantasia: dipende dalle disponibilità economiche. Per esempio, ci si rende conto di quanto costerebbe impiantisticamente e in termini gestionali mettere in pressione questa massa d’acqua e spedirla al largo?

La mia risposta è monotona: insisto sulla necessità di lavorare incessantemente sui sedimenti fino ad arrivare a regime. Ovvero, una volta raggiunto uno stato di sicurezza, in termini di depositi organici sedimentari, gli interventi si possono ridurre e modulare nel tempo. A quel punto si potrebbe anche ridurre o addirittura non avvalersi affatto del pompaggio estivo.

Infatti, se ai sedimenti viene a mancare il substrato organico, i rischi distrofici sono praticamente nulli, anche in condizioni di scarsa idrodinamica, così non è necessario attivare il ricambio forzato.

In questo nuovo quadro, con i canali mare-laguna aperti, senza un flusso unidirezionale, è meno probabile che le acque marine subiscano l’impatto delle acque lagunari. Il flusso tornerebbe a essere controllato solo dalle deboli maree. Certo, le acque lagunari potrebbero colorarsi in seguito a fioriture di microalghe, dopotutto i due bacini lagunari restano eutrofici e a questo non si può venir meno, tuttavia con una simile gestione ambientale le acque colorate sosterebbero perlopiù nelle aree centrali della laguna.

C’è anche chi vuole scavare, aumentare la profondità del bacino lagunare e fare canalizzazioni sommerse. Questa è una delle soluzioni a più alto rapporto costi/benefici. Le escavazioni producono milioni di metri cubi di sabbie e argille la cui collocazione è un serio problema, in termini di autorizzazioni e di costi. Ma anche di impatto ambientale. Le colmate prodotte dalla realizzazione dei vecchi canali sommersi hanno forti limiti di ricezione perché vi si possano collocazione le sabbie di nuove escavazioni, e fare nuove isole significherebbe ridurre ulteriormente la superficie acquea della laguna, senza raggiungere una soluzione definitiva. Lo dimostra il fatto che nulla è cambiato da quando furono realizzate quelle colmate-isola e i relativi canali sommersi, attualmente esistenti. Infatti, se anche per incantamento riuscissimo ad aumentare di mezzo metro la profondità di questo ecosistema, togliendo 13 milioni di metri cubi, il sistema rimarrebbe comunque un sistema a bassa energia. Le ‘buche’, per quanto grandi, tenderebbero a riempirsi di detrito organico e di alghe, finendo con il
creare condizioni più critiche che benefiche. Le canalizzazioni sommerse non trasportano le acque marine, perché non esiste una sufficiente spinta mareale, e questo non avviene neanche con il pompaggio, se non nei primi 300-400 metri dall’immissione delle idrovore, perché esso ha una spinta decisamente troppo debole. Lo dimostrano le foto aeree in cui, in pieno pompaggio estivo, il canale navigabile è bianco per attività solfatoriducente. Oltretutto, un aumento della profondità ridurrebbe il vantaggio della laminarità del bacino, per il quale l’atmosfera effettua efficienti scambi gassosi con tutta la colonna d’acqua: tanto più si approfondisce la colonna d’acqua, tanto più si rischia di avere acque stratificate e prevalentemente anossiche nello strato di fondo. Inoltre, per ipotesi, che fare se fosse vero che tra 85 anni il livello marino si debba innalzare di 75-190 centimetri? In tal caso, consiglierei di spendere meglio le risorse pubbliche. È vero che la maggior parte di noi non ci sarà, ma 85 anni sono un tempo relativamente breve, e poi l’innalzamento probabilmente avverrà in maniera graduale. Anzi, comincerei a preparare i sacchetti di sabbia per far fronte all’allagamento del tombolo di Giannella, già in forte erosione.

Altri ancora sostengono la necessità di fornire ossigeno all’ecosistema, affermando che, addirittura, la risospensione effettuata nel bacino di Ponente abbia sottratto ossigeno a Levante. A quest’ultima, fantasiosa ipotesi, devo rispondere che il movimento dei sedimenti superficiali non ha mai fatto registrare abbassamenti significativi dell’ossigeno disciolto, nelle numerose esperienze preliminari condotte in campo per anni. D’altra parte, se così fosse, si dovrebbero sospendere le attività dei natanti sempre, anche se essi fossero indirizzati alla raccolta delle alghe. Se le acque di una superficie così vasta non hanno ossigeno a sufficienza, vuol dire che alla base c’è un fenomeno biologico di portata gigantesca, che difficilmente potremmo contrastare con qualche ossigenatore (le macchine elettromeccaniche da un chilowatt, normalmente utilizzate nelle vasche di acquacoltura). Certo, se avessimo dei pesci concentrati in una zona ristretta di facile accesso e opportunamente servita, come accaduto, allora avrebbe senso inserire degli ossigenatori. Così fu fatto ad Ansedonia, anche se l’ossigeno liquido immesso con 30 erogatori e con il flusso delle idrovore risultò insufficiente. L’insufflazione di ossigeno in un ambiente di basso fondale ha effetto su un’area molto ristretta e l’ossigeno si disperde rapidamente alle drastiche condizioni estive. Le aree che dovrebbero essere servite con un sistema di questo genere sono troppo estese, e questo si comprenderebbe ancor meglio se guardassimo dall’alto il punto di ossigenazione artificiale. Ma, fatto salvo il problema della concentrazione ittica, su cui si può lavorare, il sistema è in grado da solo di recuperare l’ossigeno dall’atmosfera, e molto efficacemente, proprio per l’alto rapporto superficie/volume. Si aggiunga che le acque anossiche prodotte da un fenomeno distrofico di vasta portata, come già accennato, contengono un’enorme quantità di sostanze riducenti, ovvero componenti chimiche che sono state ridotte (arricchite di elettroni; Mn11, Fe11, S-2, HS-, S8, S2O3-2, SO2, NH3, R-NH2 e altre) nel corso dei processi anossigenici, componenti che ‘succhiano’ molto ossigeno, fenomeno per cui le masse d’acqua rimangono prive di ossigeno a lungo (maggiore è la profondità della massa d’acqua, maggiore è il tempo che occorre per mitigarne la condizione).

Per concludere su questa serie di punti, vorrei stimolare il paziente lettore con un esempio che possa dare un’immagine delle difficoltà operative che si incontrano nel gestire un simile sistema. Si immagini di riportare in scala la laguna dalla sua reale profondità media di 1 metro, alle dimensioni di un foglio di carta dello spessore di 1 millimetro. Ebbene, questo foglio di carta avrebbe l’estensione di 26mila metri quadri (2,6 ettari), di cui 16mila la parte di foglio che rappresenta Ponente e 10mila quella di Levante: in questo modo si può forse comprendere che la scrittura posta su un angolo di tale foglio difficilmente risulterebbe leggibile dall’angolo opposto, ovvero si può capire quanto sia difficile ottenere risultati generali in laguna basandosi su operatività puntuali, e che di conseguenza i canali sommersi non possono essere nulla di realmente risolutivo – né definitivamente, né transitoriamente – in tali condizioni di laminarità.

Un’altra idea che è ventilata in questo eccezionale frangente, ma che al contrario delle altre mi sento di appoggiare, è quella di far contribuire alle spese gestionali chi arricchisce di nutrienti il bacino lagunare. D’altra parte, l’alternativa più logica, quella per cui i reflui delle attività produttive vengano allontanati dal bacino, e mi riferisco alle acquacolture a terra, è ancora più irrealizzabile: presenterebbe costi molto alti per le attività stesse, impiantistici e gestionali, e le costringerebbe a chiudere.

Infine, tra le concause del processo distrofico, qualcuno (non solo al bar, ma ad alti livelli istituzionali) ha pensato si dovesse aggiungere che i pescatori non abbiano pescato a sufficienza nel periodo che ha preceduto le morie. “Perché tutto quel pesce non è stato pescato prima?”, è la forma che prende la domanda. Ora, la pesca in ambiente naturale, come tutte le altre attività economiche primarie, segue le leggi del mercato e quelle del ritmo stagionale. Se affluiscono 300 tonnellate di pesce in prossimità di una peschiera, per ragioni di disagio ambientale, non è che si possono pescare tutte e via: il pesce si pesca su richiesta del mercato sulla base di accordi commerciali. Altrimenti dove si colloca? E non è un prodotto che può sostare a lungo nei magazzini. Inoltre, ci sarebbe l’immane lavoro di selezionare le taglie commerciali dalle sottotaglie, mentre le condizioni ambientali potrebbero non concedere molto tempo per operare.

La pesca lagunare deve comunque trovare una soluzione alle crisi ambientali, poiché esse costituiscono una spada di Damocle che può rendere vani gli investimenti e impedirne ulteriori. Seminare un milione di giovanili di orata è un’operazione di grande valore economico e ambientale. Le orate incidono su un livello trofico medio-basso, consumando organismi di cui la laguna abbonda, organismi che perlopiù muoiono nel corso dell’anno, soprattutto per il caldo, arricchendo di materia organica i sedimenti. E in misura modesta si nutrono anche di alghe. Si consideri che il banco algale di 20mila tonnellate presente a Ponente nel 2015 e i relativi sedimenti contenevano a maggio oltre 20 miliardi di organismi per circa 400 tonnellate (crostacei, molluschi, vermi policheti, briozoi, ecc.). Tutti gli organismi presenti in circa la metà dell’area interessata da questo banco sono morti in seguito all’intrusione delle acque anossico-riducenti da Levante. E va da sé che anche tutti gli organismi legati al sedimento e alle alghe di Levante sono morti (quantità non stimata, probabilmente tra 500 e 900 tonnnellate). Questo vuol dire la fame per molti pesci e per le orate in particolare, per alcuni mesi, benché siano organismi capaci di digiunare a lungo senza danni fisiologici. Ma vuol dire anche che l’ambiente lagunare è potenzialmente molto ricco e in grado di ospitare una massa enorme di pesce, se fossimo in grado di evitarne le distrofie.

Gli scenari futuri di questa Laguna non sono facilmente prevedibili. L’evento di cui abbiamo parlato, in particolare, ha scatenato passioni e interessi, aprendo un dibattito, purtroppo ancora basato su scarsa informazione. Ma già da prima l’interesse era vivace. Facciamo un esempio: un’associazione ha recentemente progettato di realizzare un porto per piccole imbarcazioni. I pontili sarebbero posti lungo la passeggiata di Ponente, dove le alghe inevitabilmente si piazzerebbero tutte intorno rendendo difficile la vita ai piccoli natanti ed emanando i cattivi odori del loro decadimento. Le barche dovrebbero percorrere quattro chilometri di laguna per arrivare al canale di Santa Liberata, dove pagherebbero per il servizio di apertura e chiusura delle paratoie che consentirebbe loro di accedere al canale di uscita in mare. Dovrebbero usare un motore elettrico in laguna, mentre in mare ne utilizzerebbero un altro, a benzina o a miscela. La cosa porterebbe via almeno un’ora. E tutto, di nuovo, andrebbe compiuto al ritorno. Al di là della fattibilità di questa o di altre idee simili, è senza dubbio vero che ci sono forti spinte per lanciare altre economie, diverse da quelle della pesca. Gli stessi pescatori hanno intrapreso attività volte al turismo, quali la ristorazione e, in accordo con l’amministrazione comunale, un servizio di traghetti per la Giannella. La spinta verso l’industria del turismo, unica industria rimasta in zona, è perciò molto forte. Attenzione, però, a quel che si fa. In agosto, mentre passeggiavo sul lungolago di Ponente, ho contato, nello stesso istante, ben otto persone che con il loro cellulare stavano immortalando il sole che tramontava sulla laguna. Be’, il paesaggio è un valore inestimabile, un’attrattiva irresistibile, una risorsa silente per il turismo e le attività collaterali. Occorre saper mantenere questo paesaggio, con tutto quello che comporta.

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