Da dove la ripresa?

I giovani, una massa critica intelletuale per cambiare

Nicola Ciuffoletti intervista Luigi Mansi



Crisi economica e crisi culturale sono strettamente legate, ecco perché è importante il polo universitario. È il parere di un industriale, che dice la sua sul territorio e sulla sua auspicata ripresa. 

Solo partendo dallo sviluppo culturale si può pensare a una rinascita del territorio. Lo pensa l’ingegnere Luigi Mansi, patron della Nuova Solmine S.p.A., azienda leader in Italia e nel Mediterraneo nella produzione e commercializzazione di acido solforico e oleum. Da un recente studio elaborato dall’IRPET, l’Istituto regionale di pianificazione economica territoriale, si rileva come la Toscana del Sud – quella che trova i suoi confini partendo da Piombino fino alle aree aretine – è la zona che meno ha retto alla crisi economica. Ed è in quest’area che più duramente è avvertito il problema occupazionale, soprattutto nel mondo giovanile. Mansi ha a cuore il futuro del Polo Universitario di Grosseto, che ha un potenziale tutto da scoprire e sviluppare.

Come dovrebbe essere la nuova università?

«Più telematica e più incline a percorrere le nuove frontiere della comunicazione e dell’informazione. È indubbio che la cultura può essere un potente driver dell’economia. Fare del capoluogo maremmano la “Capitale dell’Etruria” potrebbe essere una suggestiva via di sviluppo culturale, con un ritorno economico».

La teledidattica può essere un’alternativa?

«Viviamo nel mondo pervaso dall’informatica. La teledidattica è un modo valido di diffondere e creare cultura. Dal contatto e dallo scambio continuo delle intelligenze giovanili opportunamente guidate si forma una massa critica intellettuale che si collega con il mondo. La teledidattica in questo senso è una offerta interessante che il Polo Universitario mette a disposizione dei giovani del territorio».

 Ma come può la cultura essere determinante e intervenire in positivo nell’economia reale?

«La Maremma ha grandi talenti. Turismo, agricoltura, manifatturiero sono i principali driver dello sviluppo. In questi tre settori l’azione culturale del Polo può essere determinante concentrando le sue energie e differenziandosi dagli orientamenti generali dell’università da cui dipende».

Quale sarebbe secondo lei un modello di governance adatto alla Maremma?

«I confini storici che segnano i perimetri territoriali, al di là del valore affettivo, della tradizione e della consuetudine sono inadeguati. È fondamentale ripensare ad aree omogenee interconnesse, in cui il governo del territorio si liberi della presenza opprimente di una burocrazia che opera con obiettivi limitati e limitanti. La situazione attuale blocca gli investitori e scoraggia qualsiasi iniziativa imprenditoriale. La mancanza di infrastrutture è fortemente penalizzante».

In questo contesto come si muovono le associazioni di categoria e cosa ha bloccato la Maremma?

«Sono molte le analisi promosse dalle varie associazioni di categoria. Se guardiamo al turismo, l’attuale organizzazione prevede l’utilizzo delle risorse per periodi limitati dell’anno. Si tratta perlopiù di un turismo stagionale e non di alto livello, che punta al contenimento dei costi, che non valorizza l’aspetto culturale. La stagionalità è sinonimo di precariato per l’occupazione e, di conseguenza, di bassa professionalità degli addetti. Pensi a quale sviluppo potrebbe discendere dalla valorizzazione delle risorse museali opportunamente coordinate con i siti archeologici, con l’ausilio di una direzione culturalmente adeguata e orientata al business. Oggi siamo troppo legati alle tradizioni popolari che costituiscono un bagaglio di grande valore ma di per sé insufficienti i a promuovere sviluppo. La cultura delle sagre, l’idea di una maremma cartolina, il “piccolo è bello”, l’ambientalismo di maniera, la continua presenza di “comitati del no”, l’assenza di infrastrutture materiali e immateriali sono tutti fattori che provocano isolamento».

L’agricoltura non è sufficiente a reggere da sola un’economia?

«Il quadro è tutt’altro che roseo e non accetto che si prendano in giro gli imprenditori agricoli, immersi in uno stato di incertezza, non bastano gli slogan rassicuranti! In questa maniera non facciamo il bene di nessuno, ma illudiamo, illustrando una agricoltura che non è reale e che non interessa la stragande maggioranza di chi la vive. “Essa sta vivendo un momento di crisi di portata eccezionale di cui tutti devono prendere atto e trovare alternative valide e soluzioni percorribili, perché siamo troppo vicini al punto di non ritorno” (Attilio Tocchi – Presidente Confagricoltura Grosseto)”. Con che coraggio si afferma che in agricoltura tutto è bello e come si può incentivare i giovani a investire nel settore, spendendo soldi pubblici, sapendo di coltivare solo facili illusioni? Chi lo ha fatto, o possiede una solidità economica alle spalle o altrimenti rischia di scomparire dopo poco tempo, attanagliato da problemi più grandi di lui. Si assiste purtroppo a preoccupanti presenze di lavoro nero e di caporalato. Anche questo settore va ripensato guardando ai conti economici piuttosto che alle accattivanti icone di paesaggi bucolici. L’agroalimentare manifatturiero, per esempio, potrebbe essere una soluzione alle molte incognite del settore. Lo studio di un’agricoltura di qualità, non disgiunta dalle azioni coordinate di marketing, può essere una via di ripresa economica. Turismo, agricoltura e manifatturiero, insomma, devono essere messi a sistema e trovare vie di collaborazione e integrazione».

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