Un modello per la Maremma?

Il futuro? È nei paesi

Donatelli Borghesi intervista Franco Arminio



Ogni estate orMancianoganizza ad Aliano, in Basilicata, un Festival dedicato ai paesi dell’entroterra, “Dalla luna ai calanchi”, a cui partecipano migliaia di giovani. È Franco Arminio, maestro elementare, poeta e scrittore. Vive a Bisaccia, in provincia di Avellino, il paese in cui è nato, dove si occupa di sviluppo locale e ha fondato la Casa della Paesologia. Lo abbiamo intervistato.

 Perché l’Italia rinasce se riparte dai paesi?

 «Il motivo più semplice è che attorno ai paesi c’è molta terra, molto spazio. Nella crisi di sistema che stiamo vivendo, che segna la fine del modello industriale, i piccoli paesi possono dare una soluzione allo squilibrio economico e demografico accogliendo nuovi abitanti, nuove risorse, nuove attività».

 Quali sono i punti di forza dei piccoli centri?

 «Paesaggio e terra da coltivare. E poi aria e clima buoni, soprattutto se li si confronta con i cambiamenti che il surriscaldamento globale sta causando alle città più vicine alla costa o alle metropoli. Un patrimonio artistico che trasforma quasi ogni paese nella capitale di un impero. Infine, una vitalità ancora indenne, un senso di comunità che non si è mai spento».

Lei sostiene che bisogna ridare prestigio alla parola contadino.

«L’Italia dello sviluppo industriale aveva rottamato il mondo contadino, sapeva di arcaico. Adesso che abbiamo capito che non è più possibile competere con la grande manifattura, che non reggiamo il confronto con paesi come la Cina, dobbiamo invertire la rotta. Bisogna stare più vicini agli agricoltori che soffrono di solitudine, eppure sono i custodi del territorio. C’è una nuova generazione che coniuga agricoltura e innovazione: il “neorurale” è più disposto a collaborare con gli altri, è più attento alla qualità del prodotto e a valorizzarlo. Il cambiamento è iniziato, ma ci deve credere anche la politica. Oggi la migliore infrastruttura è la fiducia!».

Dal collegamento di più paesi può nascere una città diffusa?

«Sì, se i cittadini dei paesi sono capaci di uno scatto culturale. Le distanze tra un paese e l’altro sono molto limitate, ci si può coordinare. Dividendosi i compiti: il paesaggio operoso, il commercio, il turismo, i mestieri dell’arte. Ognuno sceglie il suo punto di forza. Questo è anche un nuovo modo di essere città, facendo rete nella diversità».

Il paese può diventare allora il luogo di buone pratiche?

«Sì, ma deve farsi ascoltare. La politica non investe nei paesi: poche persone, pochi voti, è ovvio. Ma se si rivitalizzano le comunità premiando i migliori, creando dinamiche positive con i nuovi residenti, il pendolo può girare dalla parte dei paesi. Bisogna essere un po’ visionari, no?».

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