Strategie urbane e sviluppo locale

Le città micropolitane

Marco Marcatili di Nomisma



Esistono città che funzionano da centro per i comuni vicini, tanto che la loro realtà urbana va oltre i confini amministrativi. Una di queste è Grosseto, possibile laboratorio – con l’aiuto dell’intelligenza collettiva – delle città “a geometrie variabili”

Lo scenario urbano del nostro Paese sembra essere caratterizzato da due protagoniste principali: da una parte le aree interne e dall’altra le aree metropolitane. Per le aree interne occorre riconoscere al lavoro dell’ex ministro Fabrizio Barca un merito speciale: avere individuato una “miniera” a cielo aperto che richiede una lettura approfondita delle specificità, per pensare a politiche su misura ed evitare il circolo vizioso per cui dalle differenze si passi alle disuguaglianze. Nello stesso tempo una particolare attenzione è stata rivolta alle aree metropolitane attraverso un percorso che, con splendido spirito italico, individua quattordici realtà urbane che a volte chiedono uno sforzo per essere definite metropolitane in senso quantomeno europeo.

Nell’ultimo decennio Antonio Calafati, economista urbano dell’Università Politecnica delle Marche e coordinatore del dottorato internazionale in Studi urbani del Gran Sasso Science Institute, ha proposto una rilettura delle nostre realtà urbane individuando alcune “città in nuce”, ovvero sistemi urbani in cui un comune “centroide” funziona da catalizzatore per una rete di comuni limitrofi. In questo senso la vita reale delle persone forza il confine delle mura delle nostre città – I confini amministrativi – e ridisegna una nuova mappa. Questa realtà, però non evolve verso nuove forme di regolazione e di istituzionalizzazione. Un sindaco che pensa di amministrare la città dei residenti, in realtà non riconosce chi in quella città arriva per ragioni di studio, di lavoro o per vivere il proprio tempo libero, e quindi governa di fatto solo una porzione della vita reale.

Si potrebbe affermare che molti sindaci amministrano “città immaginarie”, ovvero città di cui non cogliendo i flussi sono pensate solo come stock. Così facendo si finisce per essere “sindaci immaginari”, ovvero amministratori di una finzione che nel tempo sarà sempre meno capace di essere utile per la qualità della vita dei diversi city users, cioè coloro che vivono la città anche senza essere necessariamente residenti.

A partire da quanto rileviamo dal nostro osservatorio di ricerca e di accompagnamento di diverse realtà urbane, ci sembra utile arricchire l’atlante dello scenario urbano con un nuovo soggetto protagonista: la “città micropolitana”. Una realtà che potrebbe essere sintetizzata in tre caratteristiche.

  • La prima, nella sua capacità di allargare le politiche di sviluppo a contesti, territoriali e amministrativi a “geometrie variabili”.
  • La seconda, nella sua specificità di riconoscersi come contesti di produzione e non solo di buona qualità di vita, assumendo l’impegno di ricostruire le condizioni contestuali per attrarre i “nuovi produttori”: maker, creativi, startupper, siano essi del settore manifatturiero, agroalimentare o terziario innovativo.
  • La terza, infine, nella sua possibilità di sperimentare in una piccola-media città i processi di infrastrutturazione innovativa a servizio della sostenibilità, dell’accessibilità e della mobilità messi in campo dal “Senseable City Lab” del MIT di Boston, che supera la logica delle supertecnologiche smart cities.

Proprio in questo momento storico in cui l’attenzione delle politiche pubbliche e di investimento si concentrano sui grandi addensamenti urbani (aree metropolitane) da un lato, e sulle aree territoriali marginali (aree interne) dall’altro lato, la città di Grosseto può allora candidarsi a divenire un importante laboratorio su scala nazionale per favorire una riflessione specifica sulle piccole e medie città italiane.

Grosseto è una realtà complessa e articolata che negli anni ha più volte riconfigurato il proprio assetto: le frazioni, i quartieri, il centro storico, sono mondi vitali che presentano situazioni diverse e che meritano una attenzione specifica per costruire risposte su misura, attraverso un opportuno e non finto processo partecipativo. «L’intelligenza collettiva è la capacità di una comunità umana di evolvere verso una capacità superiore di risolvere problemi, di pensiero e di integrazione attraverso la collaborazione e l’innovazione» (George Pór).

In questa prospettiva la costruzione condivisa di una visione strategica di medio termine per la città-territorio di Grosseto è una chance per rilanciare il dialogo collettivo sulle specificità dei diversi mondi vitali, per cogliere i cambiamenti in corso e per condividere alcuni punti di miglioramento della vita quotidiana e della qualità urbana, precisando le vocazioni plurali di Grosseto. Non c’è dubbio che anche per questa città iconicamente radicata sulle tradizionali forme di economia pubblica, ci sia un forte rischio di “stazionarietà” o, ancor peggio, di rendita. È in questo senso che l’intelligenza sociale e collettiva va accompagnata a un salto credibile e sostenibile almeno su tre ambiti di azione.

Grosseto come città che produce e non solo consuma. Certamente contano i numeri (visitatori, pubblico, etc), ma ciò che deve contare di più è la capacità di produrre sempre nuova cultura. La strategia di sviluppo dovrebbe essere orientata a creare le condizioni contestuali per riconoscere gli attuali produttori di cultura, attrarre creativi e artisti, o nuove industrie creative, prima ancora che pubblico e visitatori. Nella rinnovata capacità di produzione della città di Grosseto è opportuno mettere in relazione alcuni attori e protagonisti: relazione tra i tre city users (cittadini residenti, chi lavora e studia, chi sceglie Grosseto per il tempo libero e il turismo); relazione tra “produttori”, “innovatori”, “esploratori” e  “attrattori”; relazione tra cittadini singoli e organizzati (partecipazione e democrazia deliberativa); relazione tra istituzioni, imprese, autonomie funzionali, associazioni (economie in cerca di città; città in cerca di economie).

Grosseto come città che co-crea valore. Ogni comunità costruisce il proprio futuro, attraverso l’interazione tra i diversi attori con potere, risorse e visioni diversi: a partire dalle proprie specificità (smart specialisation), trasformando ciò che si ha attraverso l’innovazione; costruendo un disegno di sviluppo della città all’interno di una visione di città credibile; riconoscendo una vocazione approccio di “agopuntura urbana”; riconoscendo che i city users della città (residenti, studenti, turisti) non sono solo fruitori di servizi per la città, ma co-produttori della cultura di rinnovamento culturale, urbano e sociale della città. In questa chiave di co-creation value il piano di interventi per i con-viventi coinciderà con quello di sostegno per i co-produttori e viceversa.

Grosseto come micro-senseable city e non smart city. La città di Grosseto può fuggire dalla “trappola” del seguire modelli che attribuiscono poteri magici alle tecnologie e, ancor peggio, mal conciliano innovazioni strategiche con le tradizioni delle nostre città. Nella prospettiva senseable city, la tecnologia è al servizio della vita quotidiana e concreta della città, in una idea di costruzione delle politiche pubbliche locali pertinenti all’idea di città, senza rinunciare alla opportunità dell’innovazione tecnologica; per captare, elaborare, restituire informazioni per la qualità della vita quotidiana dei con-viventi e co-produttori; per consentire ai diversi city users stessi di produrre informazioni utili; e per attivare un sistema di monitoraggio in grado di valutare gli impatti e se necessario ri-orientare le decisioni.

È da questa visione di città che può essere implementato un “primo miglio” di strategia micropolitana, senza aspettare i tempi delle consapevolezze romane, ma anticipando una sfida comune e assumendosi la responsabilità di costruire insieme il proprio futuro.

Marco Marcatili, economista, è ricercatore di Nomisma.

Commenti recenti