Roberto Minervini

Io, biologo

Il ritorno del lupo



Se i fratelli Grimm dovessero scrivere oggi “Cappuccetto Rosso” probabilmente la intraprendente bambina verrebbe assalita dal Lupo all’interno dell’agriturismo gestito dalla nonna e il cacciatore che le salva non poteva che intendersi come “l’amico” della nonna dato che, come si evince dalla favola, aveva le chiavi di casa e facile acceso alla camera da letto della vegliarda. Ma si sa, l’amore e le favole non hanno età, al contrario invece del nostro modo di vedere le cose. Alcuni concetti base però spesso resistono a questa usura, sono gli “atavismi culturali” che ci ricordano talvolta chi siamo e da dove veniamo. Uno di questi, fra i più simpatici, è la paura che evoca il Lupo. Può apparire strano che fra tanta tecnologia e angosciosa fretta di vivere si dedichi molto tempo e attenzione ad occuparsi del ritorno del Lupo.

“In bocca al Lupo”, “il Lupo perde il vizio…”, “Lupo non mangia Lupo”, “ Lupus in fabula”, “ al Lupo al Lupo…”, “tempo da Lupi”, insomma è una specie quasi mitica che trovarsela all’improvviso alla porta di casa, come sta succedendo nel grossetano, ci crea qualche problema esistenziale. Scusatemi se “Lupo” lo scrivo con l’iniziale maiuscola, ma lo faccio per rispetto per questo animale e vorrei dedicarmi anch’io, da vecchio biologo e naturalista, a dire qualcosa su di lui. Quando ero ancora studente all’Istituto di Zoologia dell’Università La Sapienza di Roma sentivo ogni tanto parlare del Lupo e delle prime esperienze di controllo dei suoi spostamenti attraverso gli avveniristici (per allora) radio-collari. La delusione fu forte però quando venni a sapere che uno o due dei soggetti monitorati stazionavano frequentemente nei pressi della discarica di Pescasseroli, nel Parco Nazionale D’Abruzzo. In buona sostanza quei pochi, preziosissimi e, oserei dire, mitologici animali che vivevano ancora nel Parco si erano ridotti al rango di miseri randagi affamati pur di tirare a campare. Questo fatto storico (risalente agli anni ’70) è importante perché ne possiamo fare un punto di partenza rispetto ad oggi.

Il Lupo nel Parco d’Abruzzo c’è sempre stato e qualche pecora l’ha sempre azzannata, oggi la popolazione censita di esemplari all’interno del parco è di circa 90 individui, che non sono pochi, considerato che un branco stabile di 4-5 individui ha bisogno di aree di centinaia di chilometri quadrati su cui esercitare la predazione. Ma un dato interessante, sempre estrapolato per quell’area, è che la popolazione di cinghiali è stimata in circa 2.500 esemplari e non è in crescita già da alcuni anni. Si è creato cioè quello che tecnicamente viene definito come “indice di equilibrio predatore-preda”. Insomma il Lupo ha abbandonato le discariche e si è messo a fare il suo mestiere perché finalmente le nostre campagne e i nostri boschi si sono ripopolati di ungulati come il cinghiale, il capriolo, il daino ed è in arrivo anche il cervo. Tutto questo è positivo? Io credo di sì, e tale aumento di ungulati prelude a un aumento di diversità anche di altre specie e siamo in linea (e finalmente!) con quanto sta avvenendo in campo ambientale in altri paesi della UE. Tutto bene quindi?

No, qualche problema c’è perché a noi Italiani qualsiasi novità ci coglie sempre impreparati. Sappiamo che il nostro è un paese ancora stupendo, ma ingessato da decenni di malgoverno dovuto sì alla corruzione, ma soprattutto all’incapacità amministrativa. Che la specie Lupo stava aumentando sull’Appennino lo si sapeva da decenni, almeno dagli anni ’90, e si è subito creata una farraginosa macchina per gli indennizzi in cui il burocrate, per “garantire che non venissero sperperati soldi pubblici”, ha ideato una sequela di adempimenti che scoraggiano tutti, a cominciare dagli allevatori.

Leggevo che nel Parco d’Abruzzo hanno addirittura realizzato un’azienda ovina addetta al risarcimento dei danneggiati in cui, “brevi manu”, le pecore ammazzate dai Lupi vengono compensate con nuovi soggetti forniti dall’allevamento. Questa idea, degna dell’italica genialità, la dice lunga su cosa bisogna arrivare a fare per superare la nostra solida (o stolida?) burocrazia. Naturalmente questo comporta che gli allevatori comincino ad avercela a morte con i Lupi che, scaltri e ben nutriti da cinghiali e caprioli, non disdegnano di tanto in tanto vincere facile, specie d’inverno, con qualche pecora grassa o agnellino tenero.

Che si può fare? Poco perché molto è compromesso. Sono soprattutto compromessi i rapporti fra i protagonisti: cacciatori contro ambientalisti, ambientalisti contro allevatori, allevatori contro le istituzioni, insomma il problema esiste, ma ognuno tira la coperta. Noi Italiani siamo bravissimi “a non fare sistema”. Ma proviamo a tornare indietro, forse cominciando dall’inizio ci si può chiarire qualcosa. Torniamo al tempo in cui i Lupi erano pochi e relegati nei parchi, cosa è successo allora? E’ comparso il cinghiale! O meglio: il suo incrocio con il maiale, perché di questo si tratta. Il cinghiale vero, tipo quello toscano con il sedere stretto, orecchie piccole e sì e no 60 chili di peso (carne quasi immangiabile nei maschi), è ormai pressoché scomparso. Al suo posto è apparso l’attuale cinghialone, con le orecchione da maiale, il culone e carni deliziose anche nei verri puzzolenti. Un animale dove si è riscontrato un “inquinamento” genetico, dovuto all’incrocio con il maiale, del 30% e che si riproduce praticamente tutto l’anno, una vera macchina da proteine con un indice di recupero di oltre il 100%, se lo si lasciasse fare la sua popolazione raddoppierebbe ogni anno. Così si spiega perché più ne vengono “prelevati” dai cacciatori e più ce ne sono. Per questo molte squadre (di cinghialari) ne ammazzano anche centinaia in una stagione venatoria. Capi abbattuti di cui poi si perdono le tracce fra autoconsumo, ristorazione e mercato nero. Si parla ormai di migliaia di tonnellate di carne ogni anno di cui l’italica burocrazia e le autorità sanitarie preposte non si sono quasi ancora accorte. Solo una parte degli animali, rispetto a quelli catturati, subiscono il controllo veterinario e i pochi “centri di raccolta” istituiti a norma per la macellazione, hanno avuto poco successo. Probabilmente perché il cacciatore non è autorizzato, anche dopo controllo veterinario, a vendere il cinghiale abbattuto.

Quello della caccia al cinghiale però è uno di quei casi in cui cacciatori e agricoltori vanno d’accordo, gli agricoltori infatti confidano più sull’opera meritoria dei cacciatori che sugli indennizzi sperati dalle Province. E così il cinghiale, da stupenda risorsa alimentare gratuita e priva di colesterolo, siamo riusciti a trasformarlo in un problema, mentre nei Paesi scandinavi finiscono regolarmente in macelleria 5000 tonnellate d’alce prese dai cacciatori nei boschi di conifere. Qualcosa di simile accade anche in Alto Adige con il capriolo e il camoscio, ma lì siamo in Italia solo per un pelo. La caccia al cinghiale, seppure organizzata e accanita, riesce comunque malamente a contenere i numeri di questa specie ibrida e prolifica, forse il Lupo però ci sta già dando una mano.

Sull’area naturale protetta Monte Peglia-Selva di Meana (al confine tra Umbria, Lazio e Toscana) già corre voce che i cinghialetti comincino ad avere vita dura insidiati come sono da famiglie di Lupi stabilmente insediatesi nella zona. In poche parole il bilancio comincia a essere più a favore degli agricoltori (meno cinghiali meno danni) e più a sfavore degli allevatori (più Lupi più danni). Insomma il Lupo è comunque un nuovo arrivato scomodo, almeno così ragiona chi ha la memoria corta e non ricorda che i pastori con il Lupo hanno sempre avuto a che fare, tant’è che forse la razza di cane (o dovremmo dire di Lupo?), fra le più antiche conosciute, è costituita da “un grosso cane bianco (per riconoscerlo dai Lupi di notte) adoperato dai pastori per difendere le greggi dai Lupi…” così recitavano testi latini parlando probabilmente dell’attuale cane maremmano (o abruzzese) che si è conservato con le caratteristiche di difensore degli animali dalle intrusioni di altri predatori, cani randagi compresi. Forse è il caso, come ha già fatto qualche allevatore, di “rispolverare” il vecchio cane maremmano. Tre o quattro di loro sono in grado di risolvere il problema: vigilano notte e giorno e difendere gli animali affidati è per loro una vera passione e c’è poco da insegnargli a riguardo.

È comunque comprensibile il disagio di chi fino a ieri svolgeva il proprio lavoro senza tener conto dei lupi, ma eventualmente solo di cani randagi. Anche se, a rigor di logica (e di biologia), il cane non esiste come specie a sé, appartenendo alla stessa del Lupo. Sono infatti tutti “lupi” di cui quelli che noi chiamiamo “cani” sono solo l’insieme delle razze selezionate dall’uomo. È per questo che il Lupo si ibrida così facilmente con loro. Chiaramente alla specie “pura” del Lupo non fa molto bene ibridarsi con i cani, ne perde in valore genetico, in selezione millenaria per fare del Lupo quell’animale stupendo, intelligente, forte, organizzato, utile come selettore di prede deboli e tante altre cose ancora. Che ne vogliamo fare? Lo vogliamo estirpare perché, come dice spesso un mio amico che in zona da me chiamano “l’Industiale”, «… io devo produrre!». Ma perché dobbiamo produrre sempre di più? Perché diventiamo sempre di più. Quando sono nato io sulla terra c’erano 2,5 miliardi di esseri umani, oggi abbiamo già superato i 7 miliardi, è anche per questo che c’è sempre meno spazio per il Lupo.

Stiamo invadendo tutto quello che ci circonda e quasi non ce ne accorgiamo perché chi nasce oggi non sa e non s’immagina non solo com’era il pianeta mille anni fa, ma neanche com’erano le campagne attorno a casa sua solo cinquant’anni fa. Non credo che invadere e sterilizzare tutto quanto ci circondi sia una soluzione eticamente e tecnicamente perseguibile.

Se l’uomo è veramente quella specie superiore che crede di essere rispetto a tutte le altre, ebbene la cosa più intelligente che può fare, anche nel proprio interesse, è di trovare tutte le soluzioni compatibili per prendersene cura. Certo qualche Lupo si comporta proprio come uno che va cercandosi una fucilata nel sedere, ma non è questo il problema, anche nei grandi e superprotetti parchi americani gli orsi, i puma, gli alligatori o i Lupi che si mostrano troppo invadenti vengono abbattuti. Non rischiano di modificare l’atteggiamento delle popolazioni residenti verso un certo tipo di fauna selvatica e verso il turismo naturalistico solo per qualche esemplare troppo aggressivo o troppo socievole verso l’uomo. Quello che però deve essere salvato è il concetto che su questo pianeta non siamo soli, era bello com’era e già l’abbiamo spremuto come un limone, manteniamo e miglioriamo quello che resta, sono loro, gli altri viventi, che riuscendo ad esistere nonostante noi, ci stanno facendo un favore!

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