La cultura va vissuta nel proprio quotidiano per non essere dimenticata

Emilio del Casale

«Credevo di sapere cosa fosse la luna, cosa fossero i falò …»



Cesare Pavese, La luna e i falò

Lo scopo di preservare il patrimonio genetico del lupo appenninico, lo scopo di presidiare il territorio e quello di salvaguardare l’integrità degli allevamenti non si escludono l’uno con l’altro, anzi convergono in un unico obiettivo: quello della conservazione della identità culturale del proprio micro-ecosistema nella prospettiva del mantenimento dell’equilibrio ecologico planetario. Il sistema ecologico mondiale non va inteso come un monolite, ma come il risultato dell’equilibrio di tanti microecosistemi diversi tra loro. Se io difendo la mia identità culturale, le mie radici, non mi chiudo nel mio particolarismo, ma mi realizzo umanamente come cittadino del mondo.

Questa è la conclusione a cui sono giunto dopo la lettura del testo del progetto “Ibriwolf”, dopo l’esame degli effetti avuti sul territorio in seguito alla sua applicazione. I risultati denotano, a mio parere, l’inadeguatezza del progetto a risolvere il problema che si pone: salvaguardare dall’estinzione il patrimonio genetico del lupo appenninico.

Alla luce dei fatti tale progetto, invece di salvaguardare la purezza del selvatico, ha generato il suo assorbimento nel fenomeno del “meticciamento”. Questo fenomeno è molto diffuso, anzi viene a costituire l’unica forma di presenza del selvatico sul nostro territorio. Inoltre il fine di fondo che il progetto persegue – “reintrodurre il selvatico nelle zone dedite alla zootecnia” – è iniziato da un’imprecisione storica: la presenza del lupo nel nostro microecosistema non è mai stata stabile. Si trattava di apparizioni occasionali, non si può parlare di reintroduzione. La sua introduzione costituisce dunque una violenza al micro-ecosistema e ha come conseguenza un effetto destabilizzante (…)

Sradicare un qualsiasi animale dal micro-ecosistema originario vuol dire annullarne l’identità, farlo decadere al ruolo di mero feticcio, snaturarlo, e nella fattispecie della direttiva Habitat e del conseguente progetto “ibriwolf” farne un idolo, un “vitello d’oro” sul cui altare immolare l’esistenza di tutti i micro-ecosistemi con cui il lupo viene a contatto. Il fatto da rimarcare è che il lupo è estraneo all’equilibrio del nostro micro-ecosistema. Da noi la presenza del lupo non era una presenza stabile: il selvatico faceva apparizioni sporadiche.

L’affermazione che il lupo è sempre stato sull’Appennino (qui non siamo sull’Appennino, siamo sull’Amiata e in Maremma) è il motivo per cui si chiama lupo appenninico. Il nostro territorio è sempre stato antropizzato. E la sua densità demografica nel periodo precedente la bonifica delle paludi maremmane era addirittura superiore a quella attuale: l’uomo allora, per sfuggire alla malaria, si ritirava sulle alture dove la sua presenza si è mantenuta costante sino agli anni della Riforma Gullo-Segni (Ente Maremma, assegnazione delle terre) e agli anni del boom economico.

Il lupo trova la sua identità naturale dentro il branco. Dentro questo ha un alto senso della territorialità che si combina a un senso di appartenenza sociale; questi sono i comportamenti che ne regolano e ne tutelano l’esistenza fino a determinare una specie di controllo delle nascite (si accoppiano solo la femmina e il maschio dominanti, i maschi gregari provvedono con la caccia al mantenimento della collettività). Dentro il branco si mantiene all’interno di un territorio stabile compreso in un equilibrio che è stato determinato dalla sua presenza nei secoli. I soggetti estromessi dal branco invece perdono il senso della territorialità, vagano senza meta sul territorio con un’elevata capacità di spostamento: 70-80 km al giorno.

Il loro comportamento è imprevedibile. Oltre al senso del territorio, i vaganti perdono il senso della socialità: tendono ad accoppiarsi con i cani che trovano occasionalmente e senza stabilire con questi rapporti sociali stabili. Il monitoraggio ha evidenziato che i soggetti vaganti sono responsabili di un meticciamento di massa per il fatto che sono liberi di vagare per i vari ecosistemi non originari, con un effetto devastante su di essi. Questo accade oggi in seguito all’applicazione della direttiva Habitat.

Ab antiquo invece, i nostri antenati toglievano il soggetto vagante dal territorio invaso prima che l’equilibrio del micro-ecosistema ne fosse traumatizzato. Prove tangibili sono gli statuti medievali delle antiche comunità locali che premiavano chi uccideva il lupo. Questa era una pratica generale che vigeva a partire dall’Amiata (statuti di Seggiano, Castel del Piano, Piancastagnaio) sino all’Alta Maremma (Comunità del Cotone). Le nostre collettività nel loro complesso hanno sempre rifiutato il lupo e su questo rifiuto si è modellato il nostro micro-ecosistema, il nostro sviluppo economico e sociale, la nostra identità culturale. La presenza del lupo veniva rifiutata come invasiva e destabilizzante. Quindi la volontà di immetterlo nel nostro territorio porta alla distruzione di un processo secolare di integrazione uomo-natura improntato al mutuo rispetto. In una parola: la introduzione del lupo porta alla distruzione dell’identità del territorio. (…)

La natura va condivisa e nessuno ha il diritto di appropriarsene. Ogni semplicistica definizione di appartenenza e collocazione in uno schieramento politico del “fenomeno lupo” va evitata e combattuta come fuorviante dalla soluzione del problema. Il lupo non è né di destra, né di sinistra; il lupo è del branco.

Quale è la soluzione? Non certo il “piombo” per i quadrupedi, ma il “sale” per i bipedi! Siamo nel terzo millennio; comportiamoci di conseguenza. Abbiamo a disposizione diversi strumenti di indagine, etologia compresa, studi di settore e mezzi innumerevoli per la cattura, strumenti particolari che non traumatizzano l’animale catturato. Quel che importa, poi, è mantenere il lupo all’interno del suo branco, conservandone e favorendone la predisposizione alla territorialità e alla socializzazione, affinché sia facilmente monitorabile.

Togliere dal territorio con tempestività gli eventuali soggetti espulsi e divenuti vaganti. I meticci, come i lupi vaganti, vanno tolti dal territorio e immessi in apposite strutture e renderli oggetto di studio. Prospetto questa soluzione del problema perché ho notato essersi verificato un paradosso storico. I pastori, che insieme ai nostri antenati sono stati criminalizzati per aver causato la scomparsa del selvatico, sono invece coloro che ne hanno preservato l’esistenza fino all’oggi. L’esperienza storica ne è la prova.

Quando nel passato il soggetto vagante veniva tolto tempestivamente dal territorio, in Abruzzo il lupo in purezza esisteva. Allo stato attuale invece, con la diffusione del soggetto vagante su vasta scala, le indagini condotte specie sul nostro territorio hanno evidenziato solo la presenza di meticci di varia generazione: non sono stati trovati soggetti in purezza.

È necessario quindi correre subito ai ripari: togliere dal territorio i soggetti ibridi e nel contempo gli improbabili soggetti puri vaganti: se si lasciano i soggetti vaganti liberi, la novella dello stento inizia di nuovo da capo.

Vi porge il suo saluto “ Miglio di Casale” per ora pastore in quel di Stribugliano, per grazia della ASL e per volontà della Nazione, animalista e ambientalista. Oremus  (pubblicato su Nuovo corriere dell’Amiata nel luglio 2013)

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