Lucia Morelli

L’analisi della psicosociologa

Quando i tentativi di soluzione diventano il problema



È banale e al tempo stesso sconvolgente verificare lo stravolgimento dei dati di una realtà di cui si è testimoni oculari. Mi riferisco alle conseguenze devastanti che la pastorizia e i suoi derivati subiscono dall’applicazione della Direttiva Habitat n° 43 del 1992 dell’Unione Europea. Ricordiamo che una “direttiva UE” è un atto che obbliga gli stati membri a realizzare determinati obiettivi, lasciando loro la scelta dei mezzi per farlo. La direttiva in questione aveva indicato il territorio della provincia di Grosseto come adeguato a proteggere il predatore “in purezza”, perché in pericolo di estinzione, vietando con sanzioni penali di provvedere con le tradizionali pratiche – un tempo “premiate” dalla gratitudine della gente – alla eliminazione tempestiva di ogni singolo predatore che fosse apparso all’orizzonte delle aree dedicate al pascolo brado.

C’è da chiedersi a chi (organi politici e tecnici istituzionali, nonché rappresentanti delle varie categorie di allevatori) deve addebitarsi la responsabilità di non aver dichiarato subito la non fattibilità, nell’area della provincia di Grosseto, della direttiva in questione, dal momento che il territorio grossetano ha, proprio nella pastorizia brada, il volano della sua economia perché permette la sostenibilità economica di allevamenti grandi, piccolissimi o d’affezione, con costi di gestione contenuti proprio perché “bradi”.

È il tipo di allevamento che determina la qualità particolarmente profumata del latte e dei formaggi – perché prodotti da pecore che si alimentano, per tutta la giornata, delle erbe che si scelgono da sole – andando a costituire, da secoli, la base propulsiva dell’economia del territorio: dal mercato di prodotti caseari pregiati all’offerta di servizi nell’area turistico ricettiva.

Da quella data, cioè da ventidue anni, la situazione è andata via via peggiorando. Il lupo, libero di vivere accanto ai luoghi antropizzati senza esserne scacciato, si è accoppiato con i randagi, ibridizzandosi e moltiplicandosi, per cui oggi un soggetto può sembrare un lupo ma è anche un cane; oppure può sembrare un cane ma sotto sotto è un lupo. Di fronte a questi dati di fatto l’Unione Europea è corsa ai ripari mettendo in campo il “progetto” chiamato Life ibriwolf che si prefigge l’obiettivo “di contrastare la perdita d’identità genetica del lupo” e il “progetto” Life Medwolf (vedi sito) che si prefigge – con costose e svariate tecniche di cattura e dissuasione – l’obiettivo di ridurre il conflitto tra la presenza del lupo e le attività antropiche delle aree rurali”.

Riflettiamo sul significato ambiguo e sugli effetti pragmatici dei predicati “contrastare” eridurre il conflitto”: stanno a significare “progetti” dei quali non si definisce chiaramente l’obiettivo in ordine alla tempistica della sua realizzazione: una “bestemmia” nella rigorosa disciplina della gestione progetti (project management). A sostenerne le spese ci sono sostanziosi fondi europei, mentre gli allevamenti chiudono, impossibilitati a sopravvivere ai danni materiali e ai traumi psicologici di uomini ed animali, derivanti dalle ricadute del fallimento del primo progetto, quello di conservare il lupo “in purezza” in aree antropizzate.

Oggi, qui nel grossetano, dal mare alle pendici dell’Amiata, l’equilibrio tra predatori e prede è sconvolto: l’eccedenza dei primi sta rendendo deserti, anche della piccola fauna che li animava, i nostri boschi; i lupi e i loro derivati ibridi vivono in condizioni fisiche miserevoli, per insufficienza di prede e quindi di cibo; la produttività degli ovini è diminuita: nel caso dei superstiti alle mattanze, per gli stress subiti; per tutti gli altri perché, non cibandosi di erba a tempo pieno, danno meno latte, e l’alimentazione a fieno, nel chiuso degli ovili, ne determina una produzione inferiore nella quantità e meno aromatica nella qualità e quindi nei formaggi. Inoltre, in estate, le pecore ci cibano di erba solo di notte… di giorno di accasciano l’una all’ombra dell’altra sotto l’ombra delle querce.

Facendo una diagnosi generale del fenomeno che stiamo tratteggiando possiamo dire che siamo di fronte a un esempio paradigmatico della dilatazione di un problema, causato proprio dai tentativi di risolverlo.

Le conseguenze delle soluzioni tentate dalla direttiva Habitat e dai progetti Life ibriwolf e Life medwolf sono infatti diventate il problema, su cui ancora non si prendono decisioni risolutive, a causa della pressione di quanti hanno interesse alla loro persistenza, nella mancanza di una visione sistemica e progettuale del territorio e nella totale anestesia emotiva di fronte al dolore degli uomini e alle sofferenze infinite degli animali: dei lupi, dei cani vaganti e degli ibridi, denutriti allo spasimo, delle pecore divorate vive accanto alle altre, delle volpi, delle faine, degli splendidi tassi, dei colorati fagiani cui capita di morire per le polpette di carne avvelenata, messe da chi deve disperatamente difendere il proprio piccolo gregge che gli dà da vivere.

Giorno dopo giorno la situazione sta aggravandosi: la settimana scorsa sette cani grandi marroni, con le orecchie pendule, insieme a uno dall’aspetto di pastore tedesco, a pochi metri dall’abitazione di una signora di San Quirico (frazione di Sorano), in pieno giorno, e mentre lei era nel recinto delle pecore, hanno scavalcato la rete metallica e hanno divorato fino alle ossa due pecore lasciandone una terza ferita, incuranti che la donna fosse dentro il recinto, da cui ovviamente è scappata per rifugiarsi in casa. In conseguenza di questo insostenibile stato di cose, da un mese a questa parte sta accadendo che alcune persone – non identificate – gettino bene in vista nelle strade le carcasse di predatori dall’aspetto di lupi.

A questo punto dobbiamo chiederci: sono atti “delinquenziali” o atti “dimostrativi” consapevoli?

Di chi si dà il diritto di esprimere la propria indignazione urlando l’urgenza di un adeguato ordinamento etico e giuridico a quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno ascoltato e non ascoltano le annose richieste degli allevatori?

Essi ora chiamano, esasperati, a testimoni e giudici della situazione tutte le categorie dei cittadini. Chi uccide a bastonate un predatore, dopo averlo preso nel laccio o chi lo uccide con una fucilata, è un “delinquente” o un “dimostrante”?

Un dimostrante straziato dall’orrore di compiere quel gesto, ma consapevole del suo diritto a salvarsi la vita, all’insegna del codice iscritto nel Dna delle specie viventi “mors tua-vita mea”, invocando così l’intervento di uno Stato/Genitore equanime da cui si sente abbandonato?

Fomentare da parte degli animalisti una “guerra” contro gli allevatori, sparando proiettili di infamanti connotazioni negative contro di essi, è un modo che serve solo a esaltare la dinamica emotiva di fondo del problema, quello del bisogno di trovare un nemico da uccidere, dopo averlo definito ai propri e agli altrui occhi “colpevole” e quindi meritevole di una “giusta” punizione. Esattamente come faceva il lupo della favola di Fedro che, per legittimare la sua aggressione all’agnello, lo accusava di sporcargli l’acqua del rivo da cui entrambi si stavano abbeverando, sordo a considerare il fatto che quello stesse bevendo a valle, rispetto a lui, a monte.

Vengo a conoscenza adesso del lupo decapitato ed evirato appeso sul cavalcavia di Pisticci. Questo episodio è molto diverso da quello delle carcasse gettate in strada a invocare un diverso ordinamento giuridico nazionale e comunitario. La marea di disperazione e di furibonda indignazione da parte dei pastori contro chi sottovaluta la loro insostenibile situazione, sta montando. Chiediamoci: l’odio che si è sfogato nella decapitazione di quell’animale, contro “chi”, in realtà, è diretto?

Di quale “Potente” o “Sistema dei Potenti” a decidere a protezioni di particolari interessi, dietro la copertura delle “Leggi dello Stato sovrano” della vita o dell’agonia dei pastori, è simbolo quell’innocente animale?

Chi ha operato su di esso l’asportazione dei testicoli – simbolo della sua potenza sessuale – dimostra sia il bisogno di rassicurare se stesso di poter castrare coloro di cui si sente in balia, sia di voler spedire loro un messaggio di terrificante e terrificata minaccia: farai anche tu la fine di questo canide o lupo che sia! Guarda! Guardate tutti e, soprattutto, parlate della nostra situazione!

Tirando ora le conclusioni di questa vicenda di atroci dolori che potevano e dovevano essere risparmiati a uomini ed animali, possiamo dire che chiunque non può che emozionarsi di piacere all’idea che il mitico lupo viva libero, accanto a noi, perché, a livello simbolico, costituisce la realizzazione di un desiderio inconscio di pacificazione con i mostri che abitano i nostri incubi di persecuzione e di morte e di cui il “lupo cattivo” è sempre stato il rappresentante simbolico.

Di fronte a questa abbagliante prospettiva, è normale che l’individuo “non pastore” ingenuamente la condivida e si scagli contro gli allevatori per difenderla, costituendoli ricettacolo di quella violenza che aliena da sé ma che si manifesta nel “sintomo” clamoroso della sua indifferenza, e quindi nella sua mancanza di responsabilità, rispetto alle miserevoli condizioni della vita quotidiana del suo “protetto”.

Se quel signore “non pastore” fosse in grado di rendersi conto delle ricadute negative per gli equilibri esistenziali e produttivi degli altri membri della situazione che si è creata con l’idea del lupo “in purezza” proprio qui, accanto alle greggi, si sveglierebbe dal suo sogno di un Eden grossetano per recuperare il contatto con il Reale, a favore innanzi tutto del mitico animale, del quale potrebbe decidere di salvaguardare davvero la vita, salvaguardandone la qualità.

Che il lupo viva! sì, in mezzo alle sue prede selvatiche da cacciare, agendo appieno la propria natura. Ma ben lontano dalle umili pecore, perché, quando è divorato a sua volta dai morsi della fame, è costretto a trasformarsi da meraviglioso cacciatore a miserevole rapinatore assassino che penetra negli spazi in cui sono rinchiuse le sue vittime, e – celebrando il suo rito di mattanza – ne vi-vi-se-zio-na decine, nel senso che le divora ancora vive, sotto gli occhi delle compagne atterrite, senza vie di fuga.

E non ci sono risarcimenti per il danno, il dolore e lo stress di uomini e animali; e neppure dissuasori (ridicolizzati dopo un po’ dall’intelligenza dei predatori), cani da gregge (sbranati), o recinti di reti elettrosaldate (superate scavando sotto il cordolo di cemento interrato) che tengano. L’impossibile progetto, su queste terre, non doveva neppure essere ipotizzato, se ne fosse stata valutata, con approccio realistico e responsabilità di competenze, la fattibilità.

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